
Ci eravamo interrotti a Vendenheim con Henri Bronner, il sindaco. I doni da parte sua non finiscono: il giorno successivo ci invita a pranzo. Qui sono tutti gentilissimi e ci vogliono bene, come lungo tutto il nostro percorso finora.
Davvero! Anche perché sanno che siamo di passaggio, ed essere leggeri aiuta molto nella vita. Il peso del rapporto continuo, delle cose fisse da proteggere, rende forse meno disponibili e ci invita a richiuderci in noi stessi e nei nostri piccoli comfort.
La scomodità del viaggiare ci rende necessariamente aperti al mondo, e gli altri non fanno che riflettere su di noi il nostro stesso essere e sentire.
Questione di risonanze… acquatiche, come sostiene Masaru Emoto, controverso studioso giapponese, ritenuto un guru da molti ed un ciarlatano dalla maggior parte degli scienziati.
Io devo dire che condivido per esperienza diretta molte delle cose che dice e che rivela. La metafisica della vita è molto più fisica di quello che pensiamo.
Dormiamo sonni profondi ormeggiati a fianco di Rataka, la barca-casa di Remy e Nadash. Alle 6 scendo quatto quatto e cerco il pane ed i croissant per Fine, Bruno e me, trovando una bella boulangerie nel centro di Vendenheim. A mezzogiorno il sindaco ci invita a pranzo con moglie e nuora (il figlio lavora a Boulogne sur Mer, come addetto alla sorveglianza della Manica).
La cucina alsaziana è ricca e gustosa e non mi dilungo a descrivervi i piatti. Faccio prima a mangiarli, poi vi dico… Il mio piatto assomiglia un po’ al brasato al Barolo, con carni e ricchissime salse francesi. Fine e Bruno si dedicano a crauti e patate, con salsicciotti, würstel e carne di maiale cotta benissimo e buona da morire.
Cerco di essere più vegetariano che posso ma qui è molto difficile.
Alla sera siamo ancora invitati ad una festa del personale del comune, dove ci attendono altre mangiate potenti, con tanta carne e dolci da delirio, fatti in casa. La simpatia di tutti ci avvolge calorosamente. Henri, da vero gentiluomo, ci introduce a tutti pubblicamente e riceviamo molti applausi per il nostro viaggio.
Nel frattempo ci ha raggiunto un gradito ospite, Karl (detto Kalle) il papà di Fine, appena arrivato dai pressi di Hannover per passare con noi alcuni giorni.
Kalle, forte e simpatico, fa un lavoro bellissimo: si occupa di landscape art e costruisce bellissimi e poetici recinti, staccionate e molte altre cose con salici e tutti i materiali che la natura gli offre. Alla fine della serata passeggiamo verso Vendenheim, in mezzo a campi di mais e ciliegi immensi.
Il mattino dopo posiamo per qualche foto scattata da giornalisti locali con Henri a bordo di Clodia; poi, dopo un breve saluto a Nadash, ripartiamo verso Strasburgo. Si rema di nuovo!

Una canicola mediterranea avvolge la pianura e sarà questo, sarà la conversazione sui massimi sistemi con Kalle, a bordo con me, sarà per i saluti calorosi di alcuni pescatori, che all’ultimo ponte prima di Strasburgo, dopo averne passati più o meno 700, sento uno strano rallentamento di Clodia, e poi un sinistro craaaaackkkkk…
Mi giro e vedo Kalle piegato e con gli occhi sgranati che regge in mano, sopra la sua testa, l’albero di maestra, che sta cadendo verso me. Putt.. mi dico, e mi maledico: non ci posso credere. Io che propugno l’attenzione continua mi sono distratto proprio all’ultimo e ora penso già ai danni da riparare.
Per fortuna il trasto di Clodia e il bloccaggio dell’albero è stato sapientemente costruito da Roland in modo da rompersi subito, senza fare danni maggiori alla struttura o peggio allo scafo, in caso di urto contro un ponte.
Tutto ha funzionato ma inaspettatamente la base dell’albero ha sfondato la paratia stagna di prua, che da riparare sarà un po’ più difficile. L’albero è intatto. “Manco mal”… come si dice a Venexia. “Me misero, me tapino!!” diceva qualcuno nei fumetti. Io uguaglio.
Archiviato il dispiacere ripartiamo mogi mogi e la natura ci addolcisce la mattinata con un ciliegio secolare sul quale Bruno si arrampica come una scimmia; io lo raggiungo un po’ meno agile e mi consolo con le ciliegie nere più dolci di tutto il viaggio.

Siamo ormai alle porte di Strasburgo e l’ultima chiusa, la 51, segna il congedo dai canali francesi: le chiuse sono state in totale 252 (più altre 20 sul Tamigi). Passate una per una sono veramente tante: ne abbiamo ancora un centinaio fino ad Istanbul, forse meno.
A Strasburgo entriamo verso le due di una domenica afosa e caldissima, sopra i 33 gradi. Passiamo remando davanti alla opulenza tecnologica del Parlamento Europeo e mi vengono pensieri controversi e tristi sui nostri europarlamentari da 35.000 euro al mese, mentre milioni di persone (che magari hanno competenze molto maggiori di loro) lottano con stipendi a tre cifre. I politici efficienti esistono, sia ben chiaro, ma sono rari mi sembra. Chissà perché?
Mi faceva quasi vergognare di essere italiano, vedere che il sindaco Bronner (stipendio 1.300 euro al mese!) corre a destra e sinistra come un matto, anche sabato e domenica, e sempre con il sorriso e la disponibilità nei confronti di tutti. Ci fermiamo per uno spuntino in un chioschetto di un signore gentilissimo che si rivela armeno-russo e che, non appena scopre che io sono italiano, ci piazza ad alto volume, una compilation di successi anni 60-70-80 sui quali impera sovrano Adriano Celentano.

Se non fosse per qualche dettaglio potrei essere lungo il Ticino. Anche l’acqua, verde e trasparente con molti pesci, ricorda quella bella acqua che ancora mi ricordo quando ci arrivai controcorrente dopo 400 km di Po biondo al cappuccino. L’acqua è pulita, il vento si è alzato ed è favorevole: si riparte e Kalle è ancora con me. Troviamo finalmente ponti alti e le navi passeggeri che sono enormi ci fanno capire che siamo a poche centinaia di metri dal Reno.
Il porto di Strasburgo è vasto, e non sappiamo ancora che troveremo porti ben più grandi. Bruno e Fine ormeggiano Serena all’ombra di grandi platani sul lungo canale, in un marina, mentre io proseguo alla ricerca di un posto più silenzioso, quando vedo una donna in lontananza sbracciarsi a bordo di una Peniche.
Mi avvicino e vedo che mi mostra una copia del DNA (Derniere Nouvelles Alsaciennes) con l’articolo uscito in mattinata che parla di noi, con una bella foto di Clodia. La barca si chiama Labor, è molto grande, 55 x 6 m e Anne, bella e sorridente, mi invita con gentilezza bordo per un caffè. Che bello, sono felice e ormeggio. Per salire a bordo devo arrampicarmi per almeno 3 metri, altre dimensioni rispetto alle Peniche dei canali.
A bordo scopro una casa bellissima e Toni, il compagno di Anne che mi da’ il benvenuto. Un bel caffè, al quale sto rinunciando da molto, e il tempo di raccontarci brevemente le nostre storie. Anne e Toni si occupano di cultura e la loro Peniche è un atelier immenso. Sono pieni di iniziative e tutte sull’acqua, tra le quali un festival di imbarcazioni nel 2010 e un mercatino di Natale sull’acqua per il quale vengono da tutto il mondo.
La comunità di “liveaboard” è molto nutrita e subito mi accolgono tra loro. Il porticciolo è bello e protetto, situato vicino alla cittadella. Ci verrà offerto come al solito un trattamento molto generoso e Clodia non pagherà nulla per le due notti di ormeggio. Un’altra bella donna, Helene, mi accoglie e mi invita a cena dopo essere stata a bordo di Serena dove Josephine, Kalle e Bruno si eclissano di buon’ora.
Helene, che disegna costumi per il teatro, è una donna affascinante che vive a bordo da sei anni e ha purtroppo subito l’affondamento per motivi ancora sconosciuti della sua bella barca in acciaio del 1908.
La sua vita è stata dura ed ora le beghe con l’assicurazione la fanno soffrire. Tra chi vive a bordo non tutto è rose e fiori. Una bella doccia (quanto si apprezzano…) e poi a letto anch’io, sotto le stelle dato che non minaccia pioggia.
Al mattino mi sveglio con due occhi neri che mi fissano da vicino. Un collo lungo lungo: un cigno curioso mi guarda. Poi vede che forse c’è di meglio da mangiare e sparisce.
La giornata sarà come al solito densa: varie interviste e riparazioni per Clodia. Bruno ha già fatto ieri il grosso ma ancora resta la paratia.
Ci servono resina ed altre cose, senza dimenticare il cibo. Viaggio nel calore inusuale, spossante, anche perché c’è traffico ed il rumore aumenta il disagio. Risolviamo tutto e poi, boccheggianti, ci ritroviamo al porticciolo.
Cerco di dormire un po’ all’ombra di una barca ma esce una signora che mi racconta la sua bella storia, a bordo della Nave di Vetro che appartiene ad Alexander, maestro vetraio. Belle queste vicende di persone che a qualsiasi età ricominciano una vita. Alexander per esempio faceva il camionista, ma a 50 anni ha cambiato vita.
Adesso che ci penso anch’io ho fatto così. E che dura, e che bella vita mi son trovato. Qualcuno disse che la via per la miseria è facilissima, e non mi riferisco al denaro solamente. Per avere qualcosa in più bisogna fare un pò di più. Un bel po’ di più. Non dormo ma imparo, ed è meglio. Avrò tempo per dormire.
Alle 5,30 abbiamo appuntamento con Madame Buchmann, vi ricordate, che si occupa di ecologia, e siamo invitati per l’intervista al consiglio comunale di Strasburgo. Entriamo con Bruno dopo una bella passeggiata lungo il fiume e veniamo accolti da un signore elegante e che ci dice “Ma siete voi i rematori?”. “Si, siamo noi” e ci porta nell’ufficio di Mme Buchmann. Scopriamo che lei stessa aveva raccontato del nostro viaggio come esempio nel precedente consiglio comunale. Che onore!
Il caldo è opprimente anche all’interno e la nostra giornata “politica” si rivela nella sua faccia stanca, ma ancora piena di energia e di passione. L’intervista è interessante ed intensa: scopriamo le politiche ambientali di Strasburgo. Mi sembra davvero che sia una brava e appassionata amministratrice. Venite a Strasburgo a controllare.
Torniamo da Anne e Toni per un’altra intervista e poi ci prendiamo un ora di relax visitando Strasburgo. Canali, edifici nella classica struttura mista legno e muratura, natura e arte convivono nella piccola come nella grande scala. La guglia della cattedrale è veramente imponente, gotico flamboiant da mozzare il fiato. Un po’ presuntuoso ma impressionante.
Torniamo a casa, cioè in barca, per dormire. All’indomani si parte per il Reno, un nuovo capitolo si apre. Un vero grande fiume, dopo il Tamigi e la Mosella.

Siamo eccitati e felici, domani festeggeremo i primi 1000 km, e sono 1000 km di gioia e fatica, incontri e doni, ma soprattutto di acque in mezzo all’Europa. Le vene e le arterie di questo grande continente. E noi ci siamo dentro, sopra, cercando di non fare danni e di imparare.
A presto amici.

L’Alsazia era iniziata nei Vosgi: lingua, architettura, sapori erano decisamente cambiati ma qui, che credevo di essere in Germania davvero, ancora siamo in Francia.
Questa è l’Europa e sempre più mi convinco che i confini sono stati tirati sulle carte da pazzi o dopo un bicchiere di troppo.
Le onde sono per il momento piccole, il vento è contrario ma debole, le navi sono sì grandi e abbastanza veloci, sui 20 km/h, ma sono molto attente a noi come noi lo siamo a loro.


La nostra navigazione si era interrotta per due giorni a Saverne, splendida città, dove eravamo stati invitati a mangiare una pizza da Volker e Ilka, due simpatici tedeschi che hanno la loro casa-barca di vacanze nella bella capitale dei Vosgi. La pizza, ve lo dico subito, era stupenda, come la loro ospitalità a bordo di Grønland, un Tijalk (barca a fondo piatto) olandese, restaurato interamente con le loro manine.
Bruno il giorno dopo fa felice Volker facendolo veleggiare nel bacino prospiciente il bellissimo palazzo settecentesco, Chateau of Saverne, che per la sua maestosità ha guadagnato il titolo di “Versailles d’Alsazia”.
Per raggiungere la città bisogna attraversare 4 corsi d’acqua in 1 km: credo che sia un record mondiale! Sono esattamente: il canale dalla Marna al Reno, le Lohengraben, le Altbachgraben e la Zorn. In città scopriamo che scorre un quinto fiume, di birra in quanto qui si trova dal 1641 la Birreria Meteor.
Vediamo anche strani affreschi, di vecchi affacciati alla finestra e segnali per terra che indicano ai cani che è meglio farla nei tombini (!!): questi indizi ci fanno capire che la logica Francese, in fondo simile a noi cugini Italiani, qui non ha mai funzionato granché. D’altronde la maggioranza dei nomi è tedesca e tutti sono bilingue perché per lungo tempo l’Alsazia è appartenuta alla Germania.
La prima è Henri Bronner, sindaco di Vendenheim amico di Guy Rougieux, che viene a prenderci gentilissimo alle 9 di mattino, ad Hochfelden, con alsaziana puntualità (che è 5-7 minuti da quella tedesca, che è 5 dopo quella svizzera che è imbattibile, anche dai giapponesi).
ll dottor Samir Idir ci illustra questa meraviglia tecnologica che restituisce acqua al grande fiume, grave malato ed oggi sotto meticolosa osservazione da parte della Comunità Europea.
Dai residui della depurazione si produce gas naturale, tanto che il prossimo anno la stazione sarà indipendente per produzione di energia termica e prossimamente anche elettrica (si pensa addirittura di rendere disponibile il surplus di energia per uso pubblico).
Torniamo poi a Strasburgo dove il nostro sindaco ci introduce ad
Torniamo a Vendenheim dove visitiamo il comune, un centro modello per anziani, un impianto sportivo costruito con le migliori tecniche per un’architettura che ottimizza i consumi. Insomma un sogno.
Per ritornare ad Hochfelden, dove Clodia è ormeggiata, ci accompagna Damien, poliziotto di Vendenheim.
Bruno, che si è sacrificato per vegliare su Clodia, ci aspetta con ansia dato che il vento è propizio. Partiamo subito e con Bruno al timone e Fina ai remi voliamo e percorriamo 18 km in 5 ore, giusto in tempo per arrivare a Vendenheim, dove ci fermiamo due giorni ormeggiati a una bellissima barca olandese.
Questa è la casa di Remy, “eclusier” della prima chiusa sul Reno dopo Strasburgo. Remy, con la moglie Nadash (che di professione fa la postina ciclista) ed i loro due figli, ci offre una doccia calda e ci invita subito a cena, raccontandoci tutto della chiusa e del Reno. La loro figlia Marine ci omaggia anche di un disegno che ci rappresenta tutti e tre!

Ci eravamo lasciati al nostro arrivo a Nancy: ad un primissimo sguardo la città mi era già molto piaciuta. Confermo ed aumento l’entusiasmo per una comunità che mi sembra si dia molto da fare per rispettare l’ambiente ed offrire una vita buona a tutti i suoi cittadini, a cominciare dal modo di muoversi.
La rete di trasporti pubblici è ottimamente distribuita e un tram elettrico raggiunge buona parte dei quartieri. Gli autobus a metano e un traffico ben gestito fanno di Nancy una città molto pulita. Qui ci accoglie Sylvain, che studia e lavora in città e che parla un buon inglese, anche se noi cerchiamo sempre di parlare in francese.
La sua ospitalità ed i suoi aiuti sono stati preziosissimi. A cominciare da
I molti soci, sono più di 1000, con cifre molto basse (25-50 euro) possono comprare una bicicletta.
Il giorno successivo Paul ci porta a conoscere suo zio Guy Rougieux, presidente del sindacato delle acque del fiume Seille e della Mosella, che per tanti anni si è occupato della rete di distribuzione idrica dei paesi intorno a Nancy. La rete nell’altopiano che ci porta a visitare è interessantissima e visitiamo la centralina dove l’acqua viene controllata ed addizionata di cloro per legge, dopo il 2001 e la paura di attentati.
L’aiuto di Guy si rivela molto prezioso e con lui inizierà una relazione di amicizia straordinaria. La sera siamo suoi ospiti a Lanfroincourt, 130 abitanti, dove visitiamo anche La Pepiniere (il vivaio) del padre di Paul, Etienne, e raccogliamo le stesse ciliegie della marmellata preparata dalla mamma. Paul ci racconta del difficile momento dei vivaisti di qualità in Lorena, dopo l’invasione delle piante a basso costo.
La cena che ci prepara René, la moglie di Guy, è speciale, con deliziose specialità lorenesi, tra cui il Pâté Lorrain e la immancabile Quiche Lorraine. A fine pasto Guy ci regala una acquavite di Mirabelle e René delle ciliegie magiche. Ancora grazie a questi amici speciali della Lorena.
Il giorno successivo, nel Port de Plaisance di Nancy incontriamo il direttore, Capitano Franck Rosseaux, che ci racconta del suo porto modello e del suo impegno a proteggere l’ambiente con varie iniziative che impediscono lo spreco dell’acqua e la dispersione delle acque grigie e di sentina (con raccolta gratuita delle stesse).
A Varangeville, sede delle famose miniere di sale, io passo sorridente, malgrado la pioggia, davanti ad una peniche: due donne che prendono il caffè mi vedono in uno stato pietoso dopo 13 km sotto l’acqua. Chiedo se conoscono una caffetteria vicina e loro generosamente mi invitano a bordo per offrirmi un buon caffè caldo e un po’ di ristoro.
Ben presto, nella solita atmosfera di grande e spontanea ospitalità tra chi vive in barca, veniamo ospitati per una sostanziosa merenda, guidati a visitare Saint Nicolas de Port.
Anouk e suo marito Dany ci invitano anche a cena e il loro calore umano ci riscalda più di un fuoco acceso. Passiamo una splendida serata: grazie Anouk e Dany, ci avete donato un giorno speciale.
Ci racconta la storia della cittadina di Dombasle e del suo porto abbandonato, vittima anche, ma non solo, della ottusità dei politici e dei vandali che hanno deturpato una struttura che poteva essere di grande aiuto per la regione. Qui regna sovrana la Solvay e può avere limitato la capacità di vedere “lungo” dei governanti locali.
Dopo Dombasle, con Bruno facciamo grandi volate a vela sotto la pioggia battente che si alterna a brevi sprazzi di sole: è un tempo molto atlantico con cambi repentini. A Lagarde dormiamo in un porticciolo delizioso e sotto l’acqua passiamo il tempo a raccontarci la vita.
Dopo una veleggiata fantastica con raffiche a 40 km orari, raggiungiamo e passiamo la chiusa di Richecourt, la piu imponente chiusa francese per molti anni dai suoi 15.4 metri di altezza.
Mai dire mai. Il giorno dopo due gentili addetti della VNF, i nostri ormai noti angeli custodi, dopo aver ascoltato le mie parole di tristezza di fronte al no venuto da Strasburgo, si prendono la briga di andare a Nederviller in battello, presso la sezione locale della VNF, per perorare la nostra umile crociata a remi.
Di ritorno il no diventa un si, a condizione che si venga trainati dalla barca a motore. Visto che i due tunnel in totale ed il tratto che va fino al piano inclinato non superano i 6 km, accettiamo felici, dato che un trasporto a rimorchio sarebbe stato molto difficile da organizzare oltre che contro la nostra filosofia. Così la piccola Serena ci traina.
Dopo Saint-Louis Arzviller entriamo in un mondo completamente diverso: foreste di conifere miste a faggi, rocce rosse, castelli, architettura germanica, discesa a picco su Strasburgo. Siamo nei Vosgi.
Ma no, ecco, è Guy che ci porta buone notizie: si è dannato per farci trovare dei contatti interessanti a Strasburgo, dove ha lavorato per anni e conosce tutti, organizzandoci un incontro con il sindaco di un paesino che ci aiuterà molto. Insomma, un santo che ci ha donato aiuto e passione. Siamo commossi, grazie.
Abbiamo oramai superato 200 chiuse, 8 tunnel, 13 ponti canali e tra poco i 1000 km di percorso.
Il morale è alto e le ossa bagnate. Ma l’acqua è vita e la birra qui è buona. Siamo in Alsazia, mi dimenticavo, e anche i vini qui non scherzano! Viva i liquidi insomma.
Ci sono i paesaggi del canale laterale alla Marna, selvaggi e da cartolina. Le mucche corrono letteralmente al nostro passaggio, in mandrie numerose, facendo rimbombare il terreno. E poi l’acqua. La beviamo direttamente dal canale: è potabile e trasparente fino a 4 metri.
Ci sono le colazioni con l’acqua che fuma nei canali, le notti sotto la pioggia, i giorni bruciati, il vento contrario, le strette di mano, di mani callose, di mani sincere e calorose. I baci lanciati con le mani da un bambino turco che non finiva di salutarci mentre ci allontanavamo, felice, alla parola… Istanbul!
C’è il vecchio cuore di
Come Chantal a Treveray, che mi accompagna fino alla città successiva (dovevo farmela a piedi perché ero rimasto indietro per lavorare al sito) dopo che il sindaco di Treveray mi aiuta a mandare, senza batter ciglio, una mail importante a Radio 24;
Oppure Jean, un “eclusier”, il gestore della chiusa, figura che purtroppo, data la automazione richiesta dai tagli in bilancio, tende a divenire sempre più rara. Lui ci invita a casa sua e ci offre Champagne, in compagnia della sua gentile e affascinante moglie e della simpatica e bella figlia, che il giorno dopo ci regala una cartolina che ritrae la stessa chiusa tanti anni fa;
E ancora Sara e Bertrand che a Toul ci invitano a bordo per colazione e poi ci preparano anche i panini per il giorno dopo.
Il paesaggio ora si è fatto collinoso tanto che siamo saliti e scesi più di 110 volte, passando in un solo giorno 25 chiuse. Il viaggio è intenso, difficile fare giustizia a tutti i luoghi in poche righe, ma proverò a fare un breve riassunto di quanto abbiamo fatto.
A Treveray, ormeggiamo sotto un ciliegio e Josephine sale sulle spalle di Bruno per procurarci un po’ di meravigliosi frutti (ora siamo diventati raccoglitori, ma per nulla stanziali!). Poi entriamo in un bar dove tutti che ascoltano attentamente i nostri racconti. Ricordiamo con piacere gli aiuti ricevuti dal sindaco, da Madame Dal Zotto e da Chantal.
Subito dopo ci attende però il secondo lungo tunnel del viaggio, quello di Mauvages, appena poco più corto del Suterrain de Riqueval. Questo tunnel venne costruito dal 1841 al 1846: sono circa 4.800 metri da percorrere al buio e all’umidità, con lo stesso sistema di rimorchio elettrico incontrato precedentemente. Ma ormai il capitano Jack e la sua ciurma ci sono abituati!
Passiamo la notte a Void con Elvis della Vnf che ci regala una penna ed il mattino dopo facciamo colazione su un ponte romano, con una baghette cotta nel forno a legna. Poi arriviamo a Toul, città fortificata, dove incontriamo Jean, Sara e Bertrand, in un nuovo porto che più bello non si può. Qui visitiamo la bellissima cattedrale: un’ottima occasione per sfoggiare con Bruno e Fine i miei studi di architettura!
Poi via fino a Nancy, passando a vela il ponte canale sulla Mosa e a remi un altro lungo tunnel: dopo 36 km finalmente rientriamo in un vero fiume, la Mosella.
Ancora la Francia è dolce. Malgrado i chilometri percorsi, ormai 800 in totale, siamo sempre convinti di andare troppo veloci, e che in fondo ci stiamo perdendo molto.
Tra di loro c’era anche un signore che si chiamava Leonardo, da un piccolo paesino toscano, Vinci, che guardacaso aveva dedicato grandi energie allo studio dell’acqua e delle vie navigabili. La sua scala d’acqua che parte da Pavia è in stato di totale abbandono.
Mi dispiace, anche perché in ogni santa chiusa, e già ne abbiamo fatte 157 in totale, mi vedo le porte che lui, cinque secoli fa, ha inventato, e che si chiamano appunto “vinciane”, e che ancora oggi, pare, funzionano egregiamente in tutto il mondo.
Fine si intratterrà un po’ di più per portare a termine un video su Magali, una di loro. Guardatelo alla fine di questo racconto, è molto meglio di mille parole.
Il permesso della VNF non arriva e io mostro nella cabina del signor Michel Marteau la mail che ho inviato nella sede di Lille. Da un deciso “No” passiamo ad un “Ni”, e poi dopo una telefonata con risate (non capita tutti i giorni di avere due matti che a remi vanno ad Istanbul) ad un “Sì” aperto e complice della nostra follia.
L’arrivo a Reims è buffo. Il canale corre in pieno centro tra due strade ad alto scorrimento: un casino d’inferno. Tutti ci guardano come se fossimo marziani (o umani…) e, paradosso in mezzo a questo bailamme, incontriamo la prima barca a remi: due ragazzi su un’armo da canottaggio.
Abbiamo scoperto che il suo nome deriva da “Remo”, ma purtroppo non come quello che usiamo su Clodia, bensì dal Remus fratello del fondatore di Roma!! Secondo la leggenda (ovviamente) di origine romana, Remo fondò la città e diede il suo nome al primo popolo della zona, i Remi. Ancor oggi gli abitanti si chiamano Rémois.
La tappa è molto dura, resa difficile dal vento contrario. Fortunatamente ci consoliamo con delle fragoline di bosco raccolte direttamente sulla riva, restando a bordo di Clodia. Sudore e fragole!!
Passeremo, in breve, una delle più belle serate del nostro ricco viaggio. Siamo a Port de Vaudemanges, dove vive un piccolissima comunità di “liveaboard” che in un ambiente perfetto hanno scelto di restaurare vecchie barche e uscire dalla convenzione di una casa. Sembrano più felici.
Isabelle, giudice, ci accoglie e ed in breve mettiamo su una cena collettiva con amici che piano piano arrivano e si aggiungono.
A bordo James prepara alcuni gamberi in maniera sublime e Paolo, a bordo di Serena, improvvisa una spaghettata (si era portato da casa la materia prima, da buon Italiano all’estero) per 10 persone. In una barca di 5.74 mt vi assicuro che non è facile.
È ora di andare, di provare, di vivere il viaggio. E di lasciare Clodia scivolare sulle acque verso Istanbul.
Da amante della vela e di tutto ciò che concerne il vivere sull’acqua ho goduto delle intere giornate passate ai banchi a spingere Clodia o a settarne le vele con precisione. Ma quello che ho davvero apprezzato di questa esperienza è il valore umano con cui sono entrato in contatto. Giacomo, Bruno e Josephine sono persone fantastiche. Sono amichevoli, coinvolgenti, affiatate.
Ci eravamo lasciati a Cambrai, sul Canal De Saint Quentin: città bella e ricca di storia. Curiosamente qui nel 1508 fu formata, su iniziativa di Papa Giulio II, una lega tra le maggiori potenze del tempo contro Venezia, la mia città adottiva.
Un gentilissimo amico conosciuto la sera prima nel bel porto di Cambrai, quello dove Capitan Jean Luc ci aveva regalato l’ormeggio, ci accompagna in macchina dopo aver finito il suo lavoro in una pizzeria, ovviamente Italiana…
In questi giorni percorriamo ben due tunnel tra i quali appunto quello il Suterrain de Riqueval, lungo 5.671 metri, che ci lascia senza fiato. Un rimorchiatore elettrico a catena (con i cavi sospesi come il tram) detto “Toeur” traina un convoglio di sei barche, noi per ultimi. Questo è uno dei due tunnel fluviali francesi che utilizzano questo sistema: l’altro è quello di Mauvages sul canale che porta dalla Marna al Reno.
Soffriamo, trainiamo la barca dalla sponda con una cima, ma finalmente imbocchiamo il canale dall’Oise all’Aisne. I canali francesi sono veramente tanti! Se volete farvene un’idea
Attraversiamo il primo ponte sospeso sul fiume, o meglio il primo “canale sospeso”: navighiamo a 15 metri sopra l’Ailette! Poi via fino a Guny dove dormiamo in una bella area dedicata ai naviganti con scivolo di alaggio, bitte, etc. Un esempio da seguire. La notte è fredda e ventosa, con poca pioggia. Al mattino visitiamo la boulangerie del paese per un croissant e una baguette, dobbiamo far onore alle tradizioni locali…
Riprendiamo il viaggio con molto vento che passa sopra di noi, ma i nostri amici alberi ci forniscono una grande protezione. Silenzio. Alberi, uccelli e acqua. E Clodia che scivola.
C’è anche una compagnia cambogiana che sta per partire. La sera ci invitano a mangiare con loro crepes saporite nella loro casa dai vecchi muri, appartenuta ad un nonno filantropo e ad una madre attrice.
Stiamo bene e parliamo di futuro davanti ad un grande camino acceso (qui di sera fa ancora freddo) e bella musica. Stasera andiamo con loro ad uno spettacolo e presto vi racconteremo di più.