Europa! – Da Vendenheim a Strasburgo


Ci eravamo interrotti a Vendenheim con Henri Bronner, il sindaco. I doni da parte sua non finiscono: il giorno successivo ci invita a pranzo. Qui sono tutti gentilissimi e ci vogliono bene, come lungo tutto il nostro percorso finora.

Davvero! Anche perché sanno che siamo di passaggio, ed essere leggeri aiuta molto nella vita. Il peso del rapporto continuo, delle cose fisse da proteggere, rende forse meno disponibili e ci invita a richiuderci in noi stessi e nei nostri piccoli comfort.

La scomodità del viaggiare ci rende necessariamente aperti al mondo, e gli altri non fanno che riflettere su di noi il nostro stesso essere e sentire.

Questione di risonanze… acquatiche, come sostiene Masaru Emoto, controverso studioso giapponese, ritenuto un guru da molti ed un ciarlatano dalla maggior parte degli scienziati.

Io devo dire che condivido per esperienza diretta molte delle cose che dice e che rivela. La metafisica della vita è molto più fisica di quello che pensiamo.

Dormiamo sonni profondi ormeggiati a fianco di Rataka, la barca-casa di Remy e Nadash. Alle 6 scendo quatto quatto e cerco il pane ed i croissant per Fine, Bruno e me, trovando una bella boulangerie nel centro di Vendenheim. A mezzogiorno il sindaco ci invita a pranzo con moglie e nuora (il figlio lavora a Boulogne sur Mer, come addetto alla sorveglianza della Manica).

La cucina alsaziana è ricca e gustosa e non mi dilungo a descrivervi i piatti. Faccio prima a mangiarli, poi vi dico… Il mio piatto assomiglia un po’ al brasato al Barolo, con carni e ricchissime salse francesi. Fine e Bruno si dedicano a crauti e patate, con salsicciotti, würstel e carne di maiale cotta benissimo e buona da morire.

Cerco di essere più vegetariano che posso ma qui è molto difficile.

Alla sera siamo ancora invitati ad una festa del personale del comune, dove ci attendono altre mangiate potenti, con tanta carne e dolci da delirio, fatti in casa. La simpatia di tutti ci avvolge calorosamente. Henri, da vero gentiluomo, ci introduce a tutti pubblicamente e riceviamo molti applausi per il nostro viaggio.

Nel frattempo ci ha raggiunto un gradito ospite, Karl (detto Kalle) il papà di Fine, appena arrivato dai pressi di Hannover per passare con noi alcuni giorni.

Kalle, forte e simpatico, fa un lavoro bellissimo: si occupa di landscape art e costruisce bellissimi e poetici recinti, staccionate e molte altre cose con salici e tutti i materiali che la natura gli offre. Alla fine della serata passeggiamo verso Vendenheim, in mezzo a campi di mais e ciliegi immensi.

Il mattino dopo posiamo per qualche foto scattata da giornalisti locali con Henri a bordo di Clodia; poi, dopo un breve saluto a Nadash, ripartiamo verso Strasburgo. Si rema di nuovo!

Una canicola mediterranea avvolge la pianura e sarà questo, sarà la conversazione sui massimi sistemi con Kalle, a bordo con me, sarà per i saluti calorosi di alcuni pescatori, che all’ultimo ponte prima di Strasburgo, dopo averne passati più o meno 700, sento uno strano rallentamento di Clodia, e poi un sinistro craaaaackkkkk…

Mi giro e vedo Kalle piegato e con gli occhi sgranati che regge in mano, sopra la sua testa, l’albero di maestra, che sta cadendo verso me. Putt.. mi dico, e mi maledico: non ci posso credere. Io che propugno l’attenzione continua mi sono distratto proprio all’ultimo e ora penso già ai danni da riparare.

Per fortuna il trasto di Clodia e il bloccaggio dell’albero è stato sapientemente costruito da Roland in modo da rompersi subito, senza fare danni maggiori alla struttura o peggio allo scafo, in caso di urto contro un ponte.

Tutto ha funzionato ma inaspettatamente la base dell’albero ha sfondato la paratia stagna di prua, che da riparare sarà un po’ più difficile. L’albero è intatto. “Manco mal”… come si dice a Venexia. “Me misero, me tapino!!” diceva qualcuno nei fumetti. Io uguaglio.

Archiviato il dispiacere ripartiamo mogi mogi e la natura ci addolcisce la mattinata con un ciliegio secolare sul quale Bruno si arrampica come una scimmia; io lo raggiungo un po’ meno agile e mi consolo con le ciliegie nere più dolci di tutto il viaggio.

Siamo ormai alle porte di Strasburgo e l’ultima chiusa, la 51, segna il congedo dai canali francesi: le chiuse sono state in totale 252 (più altre 20 sul Tamigi). Passate una per una sono veramente tante: ne abbiamo ancora un centinaio fino ad Istanbul, forse meno.

A Strasburgo entriamo verso le due di una domenica afosa e caldissima, sopra i 33 gradi. Passiamo remando davanti alla opulenza tecnologica del Parlamento Europeo e mi vengono pensieri controversi e tristi sui nostri europarlamentari da 35.000 euro al mese, mentre milioni di persone (che magari hanno competenze molto maggiori di loro) lottano con stipendi a tre cifre. I politici efficienti esistono, sia ben chiaro, ma sono rari mi sembra. Chissà perché?

Mi faceva quasi vergognare di essere italiano, vedere che il sindaco Bronner (stipendio 1.300 euro al mese!) corre a destra e sinistra come un matto, anche sabato e domenica, e sempre con il sorriso e la disponibilità nei confronti di tutti. Ci fermiamo per uno spuntino in un chioschetto di un signore gentilissimo che si rivela armeno-russo e che, non appena scopre che io sono italiano, ci piazza ad alto volume, una compilation di successi anni 60-70-80 sui quali impera sovrano Adriano Celentano.

Se non fosse per qualche dettaglio potrei essere lungo il Ticino. Anche l’acqua, verde e trasparente con molti pesci, ricorda quella bella acqua che ancora mi ricordo quando ci arrivai controcorrente dopo 400 km di Po biondo al cappuccino. L’acqua è pulita, il vento si è alzato ed è favorevole: si riparte e Kalle è ancora con me. Troviamo finalmente ponti alti e le navi passeggeri che sono enormi ci fanno capire che siamo a poche centinaia di metri dal Reno.

Il porto di Strasburgo è vasto, e non sappiamo ancora che troveremo porti ben più grandi. Bruno e Fine ormeggiano Serena all’ombra di grandi platani sul lungo canale, in un marina, mentre io proseguo alla ricerca di un posto più silenzioso, quando vedo una donna in lontananza sbracciarsi a bordo di una Peniche.

Mi avvicino e vedo che mi mostra una copia del DNA (Derniere Nouvelles Alsaciennes) con l’articolo uscito in mattinata che parla di noi, con una bella foto di Clodia. La barca si chiama Labor, è molto grande, 55 x 6 m e Anne, bella e sorridente, mi invita con gentilezza bordo per un caffè. Che bello, sono felice e ormeggio. Per salire a bordo devo arrampicarmi per almeno 3 metri, altre dimensioni rispetto alle Peniche dei canali.

A bordo scopro una casa bellissima e Toni, il compagno di Anne che mi da’ il benvenuto. Un bel caffè, al quale sto rinunciando da molto, e il tempo di raccontarci brevemente le nostre storie. Anne e Toni si occupano di cultura e la loro Peniche è un atelier immenso. Sono pieni di iniziative e tutte sull’acqua, tra le quali un festival di imbarcazioni nel 2010 e un mercatino di Natale sull’acqua per il quale vengono da tutto il mondo.

La comunità di “liveaboard” è molto nutrita e subito mi accolgono tra loro. Il porticciolo è bello e protetto, situato vicino alla cittadella. Ci verrà offerto come al solito un trattamento molto generoso e Clodia non pagherà nulla per le due notti di ormeggio. Un’altra bella donna, Helene, mi accoglie e mi invita a cena dopo essere stata a bordo di Serena dove Josephine, Kalle e Bruno si eclissano di buon’ora.

Helene, che disegna costumi per il teatro, è una donna affascinante che vive a bordo da sei anni e ha purtroppo subito l’affondamento per motivi ancora sconosciuti della sua bella barca in acciaio del 1908.

La sua vita è stata dura ed ora le beghe con l’assicurazione la fanno soffrire. Tra chi vive a bordo non tutto è rose e fiori. Una bella doccia (quanto si apprezzano…) e poi a letto anch’io, sotto le stelle dato che non minaccia pioggia.

Al mattino mi sveglio con due occhi neri che mi fissano da vicino. Un collo lungo lungo: un cigno curioso mi guarda. Poi vede che forse c’è di meglio da mangiare e sparisce.

La giornata sarà come al solito densa: varie interviste e riparazioni per Clodia. Bruno ha già fatto ieri il grosso ma ancora resta la paratia.

Ci servono resina ed altre cose, senza dimenticare il cibo. Viaggio nel calore inusuale, spossante, anche perché c’è traffico ed il rumore aumenta il disagio. Risolviamo tutto e poi, boccheggianti, ci ritroviamo al porticciolo.

Cerco di dormire un po’ all’ombra di una barca ma esce una signora che mi racconta la sua bella storia, a bordo della Nave di Vetro che appartiene ad Alexander, maestro vetraio. Belle queste vicende di persone che a qualsiasi età ricominciano una vita. Alexander per esempio faceva il camionista, ma a 50 anni ha cambiato vita.

Adesso che ci penso anch’io ho fatto così. E che dura, e che bella vita mi son trovato. Qualcuno disse che la via per la miseria è facilissima, e non mi riferisco al denaro solamente. Per avere qualcosa in più bisogna fare un pò di più. Un bel po’ di più. Non dormo ma imparo, ed è meglio. Avrò tempo per dormire.

Alle 5,30 abbiamo appuntamento con Madame Buchmann, vi ricordate, che si occupa di ecologia, e siamo invitati per l’intervista al consiglio comunale di Strasburgo. Entriamo con Bruno dopo una bella passeggiata lungo il fiume e veniamo accolti da un signore elegante e che ci dice “Ma siete voi i rematori?”. “Si, siamo noi” e ci porta nell’ufficio di Mme Buchmann. Scopriamo che lei stessa aveva raccontato del nostro viaggio come esempio nel precedente consiglio comunale. Che onore!

Il caldo è opprimente anche all’interno e la nostra giornata “politica” si rivela nella sua faccia stanca, ma ancora piena di energia e di passione. L’intervista è interessante ed intensa: scopriamo le politiche ambientali di Strasburgo. Mi sembra davvero che sia una brava e appassionata amministratrice. Venite a Strasburgo a controllare.

Torniamo da Anne e Toni per un’altra intervista e poi ci prendiamo un ora di relax visitando Strasburgo. Canali, edifici nella classica struttura mista legno e muratura, natura e arte convivono nella piccola come nella grande scala. La guglia della cattedrale è veramente imponente, gotico flamboiant da mozzare il fiato. Un po’ presuntuoso ma impressionante.

Torniamo a casa, cioè in barca, per dormire. All’indomani si parte per il Reno, un nuovo capitolo si apre. Un vero grande fiume, dopo il Tamigi e la Mosella.

Siamo eccitati e felici, domani festeggeremo i primi 1000 km, e sono 1000 km di gioia e fatica, incontri e doni, ma soprattutto di acque in mezzo all’Europa. Le vene e le arterie di questo grande continente. E noi ci siamo dentro, sopra, cercando di non fare danni e di imparare.

A presto amici.

 

Meine Liebe France – Da Saverne a Salbach

”Ich liebe Deutschland! Finalmente!”

Lo dico mentre stiamo ormeggiando in un bel marina dopo quasi 50 km sul Reno.

“Ici c’est la France Monsieur! Ma c’est pas grave, nous somme Alsaciens!” (Siamo in Francia, Signore! Ma non è grave, siamo Alsaziani!”) mi rispondono i cortesi addetti del porto.

L’Alsazia era iniziata nei Vosgi: lingua, architettura, sapori erano decisamente cambiati ma qui, che credevo di essere in Germania davvero, ancora siamo in Francia.

E dire che abbiamo pure issato la bandiera di cortesia tedesca. Che figura!!

Questa è l’Europa e sempre più mi convinco che i confini sono stati tirati sulle carte da pazzi o dopo un bicchiere di troppo.

In ogni modo siamo qui, sul Reno, in un piccolo paesino dal nome tedesco ma che per la cronaca e per i politici è in Francia.

Ma i cittadini lo sanno? Esiste il territorio, la cultura, il dialetto, ma i confini… Chi li ha inventati?

La nostra avventura sil Reno inizia alla grande. Tutti ci terrorizzavano, come sempre. Onde, correnti da togliere il pelo ai castori controcorrente, navi gigantesche che non rispettano nessuno, chiuse megalitiche mangiatrici di uomini e barchette, polizia che ci avrebbe arrestato e rinchiuso per anni. Un vero inferno fluviale!

Ma ci abbiamo navigato e ora qualcosa vi possiamo dire.

Le onde sono per il momento piccole, il vento è contrario ma debole, le navi sono sì grandi e abbastanza veloci, sui 20 km/h, ma sono molto attente a noi come noi lo siamo a loro.

E le scie che pensavamo tremende, non sono poi tanto male.

Molto ma molto peggio a Venezia, in canale della Giudecca e bacino di San Marco con tutti i cafoni motorizzati che girano senza nessun ritegno. Qui chi naviga sa il fatto suo.

A malapena c’è qualche “bambinone” che con il  suo bel motoscafo portato a manetta, si avvicina per salutarci e ci fa ballare un po’.

Ah, magari quella volta loro madre avesse avuto il mal di testa… Ma così va il mondo e magari cambieranno un giorno, gli imbecilli.

Le chiuse sono  perfette: nella prima, di 270 mt per 20, siamo soli con un motoscafino, mentre nella seconda (stessa misura), entriamo con 4 navi, la più piccola delle quali è lunga 60 metri.

Siamo come un topolino in una festa danzante di elefanti. Ma sono elefanti che sanno danzare.

Tutto si svolge con calma e precisione. In un mondo di marinai professionisti tutto è più facile. Solo all’uscita le loro eliche enormi generano un movimento d’acqua un tantino esagerato. Ma non abbiamo nessun problema, anche grazie a Bruno che sa il fatto suo.

La polizia fluviale poi… Bella questa. La vediamo arrivare a tutta birra (si fa per dire..) verso di noi e ci diciamo: eccoci, prepariamo le nostre robe pronti alla galera… Invece si fermano per non fare onda, e ci sorridono, salutandoci. Scattano pure delle foto: grandi!!!

Poi è vela, bordi, remi leggeri, sole, bagni nell’acqua verde e trasparente, una complice corrente a favore e tanti uccelli e pesci. Sullo sfondo c’è la foresta nera. Un sogno!

Ma c’è un triste “ma”. Il fiume per diventare così navigabile è stato completamente modificato. Il suo alveo naturale scavato, il suo corso canalizzato. I bei meandri che lo caratterizzavano sono stati “tagliati”. Vi rimando a questo testo del CIRF (con cui stiamo avviando una collaborazione) che spiega bene come è fatto un fiume vero e come l’uomo riesce a distruggere in pochi anni ciò che la natura ha fatto in millenni.

Ora non sarebbe tempo di tornare a lavorare con la natura e non contro la natura? Il nostro viaggio si propone questo fine, riportare una misura veramente “umana” nel modo di viaggiare. La velocità è una bufala: mi sembra evidente quanto essa sia sopravvalutata e spesso anche dannosa.

Ma ricapitoliamo le tappe precedenti.

La nostra navigazione si era interrotta per due giorni a Saverne, splendida città, dove eravamo stati invitati a mangiare una pizza da Volker e Ilka, due simpatici tedeschi che hanno la loro casa-barca di vacanze nella bella capitale dei Vosgi. La pizza, ve lo dico subito, era stupenda, come la loro ospitalità a bordo di Grønland, un Tijalk (barca a fondo piatto) olandese, restaurato interamente con le loro manine.

Grazie amici, spero che il vento vi accompagni gentile e propizio nelle vostre vite!

Bruno il giorno dopo fa felice Volker facendolo veleggiare nel bacino prospiciente il bellissimo palazzo settecentesco, Chateau of Saverne, che per la sua maestosità ha guadagnato il titolo di “Versailles d’Alsazia”.

Tutti a bocca aperta a fotografare Clodia e i due nostri skipper con due cani felici a bordo. Da Saverne si riparte, sotto pioggia, sole e nuvole veloci: navighiamo a ritmo alterno.

C’è spazio per delle veleggiate galattiche di Bruno e Fine (quando io sono a bordo il vento sparisce, chissà perché??) e dopo 18 km arriviamo a Hochfelden.

Per raggiungere la città bisogna attraversare 4 corsi d’acqua in 1 km: credo che sia un record mondiale! Sono esattamente: il canale dalla Marna al Reno, le Lohengraben, le Altbachgraben e la Zorn. In città scopriamo che scorre un quinto fiume, di birra in quanto qui si trova dal 1641 la Birreria Meteor.

Cerchiamo una Brasserie ma cediamo davanti ad una pizzeria…

Il paese è Germania pura, ma non c’è gente in giro a dircelo.

Vediamo anche strani affreschi, di vecchi affacciati alla finestra e segnali per terra che indicano ai cani che è meglio farla nei tombini (!!): questi indizi ci fanno capire che la logica Francese, in fondo simile a noi cugini Italiani, qui non ha mai funzionato granché. D’altronde la maggioranza dei nomi è tedesca e tutti sono bilingue perché per lungo tempo l’Alsazia è appartenuta alla Germania.

In questa settimana abbiamo incontrato alcune persone davvero speciali, e devo dire che non è una novità.

La prima è Henri Bronner, sindaco di Vendenheim amico di Guy Rougieux, che viene a prenderci gentilissimo alle 9 di mattino, ad Hochfelden, con alsaziana puntualità (che è 5-7 minuti da quella tedesca, che è 5 dopo quella svizzera che è imbattibile, anche dai giapponesi).

Henri è una persona che non riesce proprio a mascherare la sua natura intelligente e generosa. Ci carica in macchina e, malgrado un’agenda fittissima di impegni, ci porta a Strasburgo che dista 15 km per visitare la centrale di depurazione, la 5a in Francia, che tratta residui per 1 milione di “abitanti equivalenti” (si dice così), proprio sulle sponde francesi del Reno.

ll dottor Samir Idir ci illustra questa meraviglia tecnologica che restituisce acqua al grande fiume, grave malato ed oggi sotto meticolosa osservazione da parte della Comunità Europea.

L’acqua che viene immessa in Reno è quasi potabile.

Dai residui della depurazione si produce gas naturale, tanto che il prossimo anno la stazione sarà indipendente per produzione di energia termica e prossimamente anche elettrica (si pensa addirittura di rendere disponibile il surplus di energia per uso pubblico).

Incontriamo anche Aude Gambet, una giornalista della DNA di Strasburgo che scrive un articolo su di noi: lo potete leggere qui.

Torniamo poi a Strasburgo dove il nostro sindaco ci introduce ad Andrée Buchmann, consigliere regionale d’Alsazia e vice presidente della comunità di Strasburgo (con delega al’ecologia).

Ci racconta le politiche ambientali di questa città, incrocio d’Europa e all’avanguardia nelle idee e nella gestione urbana. La signora ci invita  a mangiare nella fantastica sede del consiglio regionale dell’Alsazia.

Torniamo a Vendenheim dove visitiamo il comune, un centro modello per anziani, un impianto sportivo costruito con le migliori tecniche per un’architettura che ottimizza i consumi. Insomma un sogno.

Il sindaco, che era sindacalista, lavora con grande passione e dedizione ed è amato, con sincerità. Non lesina energie e partecipa ad ogni evento dove la sua presenza sia ritenuta importante.

Per ritornare ad Hochfelden, dove Clodia è ormeggiata, ci accompagna Damien, poliziotto di Vendenheim.

Siamo per la seconda volta ospiti della polizia francese, senza aver commesso nessun crimine (ancora)!

Bruno, che si è sacrificato per vegliare su Clodia, ci aspetta con ansia dato che il vento è propizio. Partiamo subito e con Bruno al timone e Fina ai remi voliamo e percorriamo 18 km in 5 ore, giusto in tempo per arrivare a Vendenheim, dove ci fermiamo due giorni ormeggiati a una bellissima barca olandese.

Questa è la casa di Remy, “eclusier” della prima chiusa sul Reno dopo Strasburgo. Remy, con la moglie Nadash (che di professione fa la postina ciclista) ed i loro due figli, ci offre una doccia calda e ci invita subito a cena, raccontandoci tutto della chiusa e del Reno. La loro figlia Marine ci omaggia anche di un disegno che ci rappresenta tutti e tre!

Grazie Remy e Nadash! Il seguito a presto…

 

Una crociata a remi e Cabernet – Da Nancy a Saverne

Eccoci ancora qui!

Scusate il ritardo ma questa è una situazione che ci succederà altre volte: Internet non è ovunque, qui è molto più facile trovare Cabernet! Tutto sommato però questo “digiuno” d’informazioni ci permette di raccontare meglio il viaggio, anche se so che non è bello per tutti voi che non vedete l’ora di leggere le nostre peripezie.

Ci eravamo lasciati al nostro arrivo a Nancy: ad un primissimo sguardo la città mi era già molto piaciuta. Confermo ed aumento l’entusiasmo per una comunità che mi sembra si dia molto da fare per rispettare l’ambiente ed offrire una vita buona a tutti i suoi cittadini, a cominciare dal modo di muoversi.

La rete di trasporti pubblici è ottimamente distribuita e un tram elettrico raggiunge buona parte dei quartieri. Gli autobus a metano e un traffico ben gestito fanno di Nancy una città molto pulita. Qui ci accoglie Sylvain, che studia e lavora in città e che parla un buon inglese, anche se noi cerchiamo sempre di parlare in francese.

La sua ospitalità ed i suoi aiuti sono stati preziosissimi. A cominciare da La Maison de Velo, un’idea fantastica di Dominique Xailly che da due anni ha creato, in collaborazione con il comune di Nancy, un centro dove la bicicletta è religione e ragione di vita.

Qui le bici si possono noleggiare (a 80 euro l’anno per modelli di tutti i tipi), acquistare, lavare. C’è una biblioteca di testi e DVD sui viaggi in bici, una sala riunioni e molto altro ancora. Incontriamo anche Pierre che si occupa di trovare biciclette particolari e straordinarie, tra le quali una bicicletta-vettura che ricorda un bolide degli anni ’60. Bruno la prova mentre io non riesco nemmeno ad entrarci!

E poi un’altra sorpresa: Atelier Dynamo, un centro fondato alcuni anni fa da Thomas ed altri soci, che si propone di recuperare varie parti di biciclette abbandonate e ricomporle creandone altre.

 

 

I molti soci, sono più di 1000, con cifre molto basse (25-50 euro) possono comprare una bicicletta.

Si organizzano anche delle manifestazioni e dei tour e nel laboratorio in rue des Tiercelins 18, luogo per le riparazioni che si può utilizzare gratuitamente una volta che si diventa soci.

Una buona idea da replicare.

Nancy si rivela ricca di incontri, tra i quali quello con Paul Rougieux, ingegnere che si occupa di legname e delle sue caratteristiche tecniche, che ci regala una fantastica marmellata di ciliegie fatta dalla sua mamma.

Il giorno successivo Paul ci porta a conoscere suo zio Guy Rougieux, presidente del sindacato delle acque del fiume Seille e della Mosella, che per tanti anni si è occupato della rete di distribuzione idrica dei paesi intorno a Nancy. La rete nell’altopiano che ci porta a visitare è interessantissima e visitiamo la centralina dove l’acqua viene controllata ed addizionata di cloro per legge, dopo il 2001 e la paura di attentati.

I paesaggi intorno sono molto belli.

L’aiuto di Guy si rivela molto prezioso e con lui inizierà una relazione di amicizia straordinaria. La sera siamo suoi ospiti a Lanfroincourt, 130 abitanti, dove visitiamo anche La Pepiniere (il vivaio) del padre di Paul, Etienne, e raccogliamo le stesse ciliegie della marmellata preparata dalla mamma. Paul ci racconta del difficile momento dei vivaisti di qualità in Lorena, dopo l’invasione delle piante a basso costo.

La cena che ci prepara René, la moglie di Guy, è speciale, con deliziose specialità lorenesi, tra cui il Pâté Lorrain e la immancabile Quiche Lorraine. A fine pasto Guy ci regala una acquavite di Mirabelle e René delle ciliegie magiche. Ancora grazie a questi amici speciali della Lorena.

Il giorno successivo, nel Port de Plaisance di Nancy incontriamo il direttore, Capitano Franck Rosseaux, che ci racconta del suo porto modello e del suo impegno a proteggere l’ambiente con varie iniziative che impediscono lo spreco dell’acqua e la dispersione delle acque grigie e di sentina (con raccolta gratuita delle stesse).

Grazie a Nancy e a tutte le persone generose che abbiamo incontrato.

I giorni successivi sono bagnati.

Dopo quasi un mese di bel tempo l’acqua inizia a cadere dal cielo e temporali e piccole tempeste ci rincorrono. Facciamo anche delle bellissime veleggiate: Bruno in particolare riesce a sfruttare il vento che si incanala tra gli alberi e spesso vola velocissimo tra due grandi baffi bianchi a prua di Clodia e lasciando una bella scia.

A Varangeville, sede delle famose miniere di sale, io passo sorridente, malgrado la pioggia, davanti ad una peniche: due donne che prendono il caffè mi vedono in uno stato pietoso dopo 13 km sotto l’acqua. Chiedo se conoscono una caffetteria vicina e loro generosamente mi invitano a bordo per offrirmi un buon caffè caldo e un po’ di ristoro.

Ben presto, nella solita atmosfera di grande e spontanea ospitalità tra chi vive in barca, veniamo ospitati per una sostanziosa merenda, guidati a visitare Saint Nicolas de Port.

Qui scopriamo una basilica gotica di rara bellezza (con le più alte colonne d’Europa, una delle quali piange, e la mano destra di San Nicola da Bari, protettore dei naviganti), un ospedale per le cicogne, che qui costruiscono nidi ovunque, e un museo della birra dove ci regalano un catalogo.

Anouk e suo marito Dany ci invitano anche a cena e il loro calore umano ci riscalda più di un fuoco acceso. Passiamo una splendida serata: grazie Anouk e Dany, ci avete donato un giorno speciale.

Il mattino dopo finalmente torna il sole e ripartiamo salutando i nuovi amici col rammarico di sempre.

Sulla via verso Strasburgo incontriamo un’amica di Anouk, Dominique, che vive su un’altra peniche restaurata benissimo, con la madre, due cani dolcissimi, vari gatti e una grande passione per l’amicizia.

Ci racconta la storia della cittadina di Dombasle e del suo porto abbandonato, vittima anche, ma non solo, della ottusità dei politici e dei vandali che hanno deturpato una struttura che poteva essere di grande aiuto per la regione. Qui regna sovrana la Solvay e può avere limitato la capacità di vedere “lungo” dei governanti locali.

Dopo Dombasle, con Bruno facciamo grandi volate a vela sotto la pioggia battente che si alterna a brevi sprazzi di sole: è un tempo molto atlantico con cambi repentini. A Lagarde dormiamo in un porticciolo delizioso e sotto l’acqua passiamo il tempo a raccontarci la vita.

Il paesaggio è sempre diverso. Ora siamo su un altopiano con il canale che si trova vari metri sopra l’orizzonte, ora in una specie di tunnel verde.

Ovunque la natura è bella, non rovinata e ci sono molte foreste, che da noi sono merce molto rara. L’acqua non è più trasparente come a Toul ma ancora di un bel verde, ricca di pesci: salmerini, trote (immesse), persici, ci dicono anche molti siluri.

Dopo una veleggiata fantastica con raffiche a 40 km orari, raggiungiamo e passiamo la chiusa di Richecourt, la piu imponente chiusa francese per molti anni dai suoi 15.4 metri di altezza.

Impressionante, soprattutto il rumore della porta a ghigliottina che ci chiude dentro. La salita dura mezz’ora ma va tutto bene ed usciamo a vela, con la sola mezzana (la vela più piccola, a poppa).

Passiamo la notte a Gondrexange ed il giorno dopo arriviamo ad Hesse dove, ormeggiati sotto un bell’acero, scopriamo Le Boat, una compagnia che noleggia houseboat.

Grazie ad Angelina, la gentile segretaria, veniamo a scoprire che non possiamo passare, in quanto barca a remi, sotto i due tunnel che ancora ci restano e soprattutto dal piano inclinato di Arzviller, vera meraviglia della tecnologia idraulica. Depressione totale!!

Mai dire mai. Il giorno dopo due gentili addetti della VNF, i nostri ormai noti angeli custodi, dopo aver ascoltato le mie parole di tristezza di fronte al no venuto da Strasburgo, si prendono la briga di andare a Nederviller in battello, presso la sezione locale della VNF, per perorare la nostra umile crociata a remi.

Di ritorno il no diventa un si, a condizione che si venga trainati dalla barca a motore. Visto che i due tunnel in totale ed il tratto che va fino al piano inclinato non superano i 6 km, accettiamo felici, dato che un trasporto a rimorchio sarebbe stato molto difficile da organizzare oltre che contro la nostra filosofia. Così la piccola Serena ci traina.

Il piano inclinato di Saint-Louis Arzviller è una grande emozione.

Vedere questa “piscina” di 900 tonnellate che scivola giù dal pendio per 44 metri con dentro le barche è notevole. E non consuma niente dato che è la differenza di peso che fa salire o scendere le vasche. Geniale!

Dopo Saint-Louis Arzviller entriamo in un mondo completamente diverso: foreste di conifere miste a faggi, rocce rosse, castelli, architettura germanica, discesa a picco su Strasburgo. Siamo nei Vosgi.

Ieri notte, dopo una breve pausa nel paesino alpino di Lutzelbourg (sembra assurdo trovare un porto in un paesaggio che ricorda la Valle D’Aosta), dormiamo a fianco di una houseboat piena chiassosi tedeschi un pò brilli, in una valle fatata e umida.

Prima dell’oscurità vediamo una sagoma bianca che si sbraccia e parla con i tedeschi. Già comò… Già comò, dice, ed io penso: “Cosa ho fatto?”. Ecco, adesso ci arrestano perché abbiamo passato il tunnel senza permesso ufficiale ed hanno cambiato idea…

Ma no, ecco, è Guy che ci porta buone notizie: si è dannato per farci trovare dei contatti interessanti a Strasburgo, dove ha lavorato per anni e conosce tutti, organizzandoci un incontro con il sindaco di un paesino che ci aiuterà molto. Insomma, un santo che ci ha donato aiuto e passione. Siamo commossi, grazie.

 

Abbiamo oramai superato 200 chiuse, 8 tunnel, 13 ponti canali e tra poco i 1000 km di percorso.

A braccia e remi (con un po’ di vela) sono tanti. Provare per credere.

Ora siamo a Saverne, che è bellissima. Piove a catinelle, dopo un arrivo che sembrava promettere bene grazie all’incontro con due ragazzi, Volker e Ilka, che per stasera ci hanno promesso una pizza cotta e preparata nella loro barca, un Tjalk olandese.

Il morale è alto e le ossa bagnate. Ma l’acqua è vita e la birra qui è buona. Siamo in Alsazia, mi dimenticavo, e anche i vini qui non scherzano! Viva i liquidi insomma.

A presto e un abbraccio a tutti. Giacomo

P.S.: Un ringraziamento particolare a Caroline Bouguereau che ci ha aiutati molto con le relazioni con la stampa in Francia.

 

Mucche e ciliegie – Da Châlons-en-Champagne a Nancy

197 km, 110 chiuse, 10 ponti canali, 6 tunnel. E tanti incontri e paesaggi… Uno spettacolo. Questi sono numeri e le parole dei nostri ultimi giorni, e c’è molto di più dentro. Naturalmente.

Ci sono i paesaggi del canale laterale alla Marna, selvaggi e da cartolina. Le mucche corrono letteralmente al nostro passaggio, in mandrie numerose, facendo rimbombare il terreno. E poi l’acqua. La beviamo direttamente dal canale: è potabile e trasparente fino a 4 metri.


Ci sono le colazioni con l’acqua che fuma nei canali, le notti sotto la pioggia, i giorni bruciati, il vento contrario, le strette di mano, di mani callose, di mani sincere e calorose. I baci lanciati con le mani da un bambino turco che non finiva di salutarci mentre ci allontanavamo, felice, alla parola… Istanbul!

 

E gli sguardi incantati sul mondo di una bambina che ci osserva da lungo i canali.

Ci sono le mani, nostre, che a volte sembrano di altri, ormai come cuoio di una vecchia ciabatta di pelle di bufalo.

C’è il vecchio cuore di Nazim Hickmet, grande poeta Turco di pace e libertà, ed i cuori nostri, sempre più teneri di fronte alla gioia che proviamo e che provochiamo.

E come dimenticare la gentilezza di tanti altri.

 

Come Chantal a Treveray, che mi accompagna fino alla città successiva (dovevo farmela a piedi perché ero rimasto indietro per lavorare al sito) dopo che il sindaco di Treveray mi aiuta a mandare, senza batter ciglio, una mail importante a Radio 24;

 

Oppure Jean, un “eclusier”, il gestore della chiusa, figura che purtroppo, data la automazione richiesta dai tagli in bilancio, tende a divenire sempre più rara. Lui ci invita a casa sua e ci offre Champagne, in compagnia della sua gentile e affascinante moglie e della simpatica e bella figlia, che il giorno dopo ci regala una cartolina che ritrae la stessa chiusa tanti anni fa;

E ancora Sara e Bertrand che a Toul ci invitano a bordo per colazione e poi ci preparano anche i panini per il giorno dopo.

E mille altre persone che ci regalano emozione. Ed aiuto.

 

Il paesaggio ora si è fatto collinoso tanto che siamo saliti e scesi più di 110 volte, passando in un solo giorno 25 chiuse. Il viaggio è intenso, difficile fare giustizia a tutti i luoghi in poche righe, ma proverò a fare un breve riassunto di quanto abbiamo fatto.

Innanzitutto a Berry-au-Bac, splendida ed arroccata: il rinascimento francese. Qui abbiamo un incontro alla sede della Vnf dove raccogliamo gentilezza e informazioni sul sistema delle chiuse che sempre di più ci stupisce e ci affascina.

Un lavoro immenso di secoli che, a costo altissimo e con grandi sacrifici, viene mantenuto attivo.

Grazie Vnf e grazie Francia per questo dono.

Navigare su queste acque, questi canali, e passare queste chiuse, ponti, tunnel ci fa sempre pensare a chi ha lavorato duro e chi lavora sodo per far si che tutto funzioni.

 

A Treveray, ormeggiamo sotto un ciliegio e Josephine sale sulle spalle di Bruno per procurarci un po’ di meravigliosi frutti (ora siamo diventati raccoglitori, ma per nulla stanziali!). Poi entriamo in un bar dove tutti che ascoltano attentamente i nostri racconti. Ricordiamo con piacere gli aiuti ricevuti dal sindaco, da Madame Dal Zotto e da Chantal.

Nel pomeriggio successivo navighiamo letteralmente tra le ninfee passando la 29a chiusa sul canale dalla Marna al Reno. L’atmosfera ricorda un po’ i quadri di Monet. L’acqua è semplicemente splendida, tanto che la si beve. Ci concediamo un ormeggio da marinai di terraferma, fatto con l’ancora gettata… a riva!

Lungo il canale, dalla barca, raccogliamo altre ciliegie e altre fragole. Che delizia!

Subito dopo ci attende però il secondo lungo tunnel del viaggio, quello di Mauvages, appena poco più corto del Suterrain de Riqueval. Questo tunnel venne costruito dal 1841 al 1846: sono circa 4.800 metri da percorrere al buio e all’umidità, con lo stesso sistema di rimorchio elettrico incontrato precedentemente. Ma ormai il capitano Jack e la sua ciurma ci sono abituati!

 

Passiamo la notte a Void con Elvis della Vnf che ci regala una penna ed il mattino dopo facciamo colazione su un ponte romano, con una baghette cotta nel forno a legna. Poi arriviamo a Toul, città fortificata, dove incontriamo Jean, Sara e Bertrand, in un nuovo porto che più bello non si può. Qui visitiamo la bellissima cattedrale: un’ottima occasione per sfoggiare con Bruno e Fine i miei studi di architettura!

 

Poi via fino a Nancy, passando a vela il ponte canale sulla Mosa e a remi un altro lungo tunnel: dopo 36 km finalmente rientriamo in un vero fiume, la Mosella.

Ci attende un paesaggio da Arcadia Felix, con una bella veleggiata ed il fiume che diventa ampio, così come le chiuse e le immancabili Paniche, lunghe oltre 100 metri.

Il paesaggio è in generale molto selvaggio, poca agricoltura intensiva, molti pascoli. Data la qualità dell’acqua la vegetazione è splendida e sana, con rilevatori di eccezione come le ninfee, le trote, i granchi di fiumi e i salmerini ed i persici.

Via via, la Mosella si fa più torbida: le industrie e l’agricoltura intensiva sembra che inquinino un po di più l’acqua e le sponde. Le persone poco gentili fanno il resto.

A Nancy, città ricchissima di storia e civilissima, vediamo subito delle biciclette che si possono noleggiare applicando un sistema che pare funzionare. Si chiama Velostan, ed è basato su un sistema con 25 stazioni in tutto il centro della città dove prendere e depositare le biciclette, ed un sistema di abbonamenti di varia durata.

Le biciclette sono proprio belle e paiono anche robuste.

Ancora la Francia è dolce. Malgrado i chilometri percorsi, ormai 800 in totale, siamo sempre convinti di andare troppo veloci, e che in fondo ci stiamo perdendo molto.

Ma molto ci arriva, anzi moltissimo. Sempre di più.

Sono triste a pensare che qualche “illuminato” ci ha privato di questa gioia in Italia, quella della navigazione fluviale, in nome di un progresso regresso che ha sprecato il lavoro di migliaia di uomini.

Tra di loro c’era anche un signore che si chiamava Leonardo, da un piccolo paesino toscano, Vinci, che guardacaso aveva dedicato grandi energie allo studio dell’acqua e delle vie navigabili. La sua scala d’acqua che parte da Pavia è in stato di totale abbandono.

 

Mi dispiace, anche perché in ogni santa chiusa, e già ne abbiamo fatte 157 in totale, mi vedo le porte che lui, cinque secoli fa, ha inventato, e che si chiamano appunto “vinciane”, e che ancora oggi, pare, funzionano egregiamente in tutto il mondo.

Così va il mondo. Be water! Giacomo

 

Colui che cammina tra i prati dello Champagne
a mezzogiorno, in autunno,
quando le foglie appaiono come l’oro,

la vede avvicinarsi
come una grande montagna nella pianura,
dall’alba radiosa fino alla fine del giorno,
più vicino cresce
per chi va in tutto il paese.
Quando alte torri gettano
la loro cappa ombrosa
sulla sua strada, lui entra,
dove la pietra solida è scavata in profondità
da tutti i suoi secoli di bellezza e di preghiera.

Da La Cattedrale di Rheims
di Emile Verhaeren

 

Bonjour à tous!

Innanzitutto ci associamo alle celebrazioni del World Environment Day, ai cui principi Man on the River si ispira, sperando di portare il nostro piccolo contributo al futuro.

Riprendiamo il nostro racconto da Pargny-Filain, dove ci fermiamo ancora un giorno ad ammirare gli spettacoli della Compagnie Isis.

Fine si intratterrà un po’ di più per portare a termine un video su Magali, una di loro. Guardatelo alla fine di questo racconto, è molto meglio di mille parole.

Da Pargny, Bruno ed io partiamo di buon mattino per Reims. I paesaggi sono molto belli: incontriamo un nuovo tunnel, a Braye, dove entriamo indisturbati. Dentro piove, roccia viva, una peniche minacciosa che ci segue da lontano (e non è bello..).

Dopo due chilometri vediamo stagliarsi in controluce una sagoma che ci attende. Con sguardo severo e poche parole ci intima di accostare e poi, dopo un bel po’, veniamo a scoprire il motivo. A remi non si può passare sotto il tunnel.

Il permesso della VNF non arriva e io mostro nella cabina del signor Michel Marteau la mail che ho inviato nella sede di Lille. Da un deciso “No” passiamo ad un “Ni”, e poi dopo una telefonata con risate (non capita tutti i giorni di avere due matti che a remi vanno ad Istanbul) ad un “Sì” aperto e complice della nostra follia.

Anzi, l’incontro con Monsieur Marteau si tramuta in una bella intervista nella quale ci spiega sia la complessità del tunnel (nel quale purtroppo nell’800 persero la vita 17 persone per una immissione accidentale di gas tossico), sia la gestione delle chiuse e del flusso dell’acqua che viene prelevata dall’Aisne e da un bacino artificiale. Che lavoro pazzesco!

Ripartiamo e chiusa dopo chiusa (siamo quasi arrivati a 100!), metro dopo metro, arriviamo a Berry-Au-Bac appena in tempo prima della che l’ennesima chiusa venga sbarrata. Incontriamo la guardiana che ci offre un chilo di meravigliose fragole, che mangiamo in pochi minuti. Oggi abbiamo percorso contro vento più di 30 km e siamo un po’ stanchi: dormiamo benissimo in un bacino di manovra delle Paniche.

Al mattino verso le 8 partiamo verso Reims dove arriveremo alle 5 di pomeriggio. Anche qui incontriamo paesaggi molto dolci, acqua pulita, limpida e molti pesci. Anche un daino, aironi cinerini, centinaia di anatre e nutrie.

L’arrivo a Reims è buffo. Il canale corre in pieno centro tra due strade ad alto scorrimento: un casino d’inferno. Tutti ci guardano come se fossimo marziani (o umani…) e, paradosso in mezzo a questo bailamme, incontriamo la prima barca a remi: due ragazzi su un’armo da canottaggio.

 

Bruno indossa i panni dell’uomo mascherato, si deve proteggere il viso dal sole. È brasiliano, da loro il solo c’è raramente… questo è noto, quindi la pigmentazione è scarsa. A Reims ritroviamo prima Fine e poi Paolo, il regista del documentario, con conseguente sovraffollamento sia su Clodia sia su Serena, la barca per le riprese: vita intensa.

Reims, capitale della regione dello Champagne, è molto bella e pulita. Jean de La Fontaine ne disse: “Non esiste città che preferisca a Reims: è l’ornamento e l’onore della Francia”.

Abbiamo scoperto che il suo nome deriva da “Remo”, ma purtroppo non come quello che usiamo su Clodia, bensì dal Remus fratello del fondatore di Roma!! Secondo la leggenda (ovviamente) di origine romana, Remo fondò la città e diede il suo nome al primo popolo della zona, i Remi. Ancor oggi gli abitanti si chiamano Rémois.

Reims ha ben quattro monumenti dichiarati patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, ma il più impressionante di tutti è senza dubbio la Cattedrale di Notre-Dame, probabilmente la più bella cattedrale gotica del mondo, che ha visto le incoronazioni di ben 25 re di Francia (tra cui quella di Carlo VII, promossa da Giovanna D’Arco).

Tra storia ed arte, c’è anche un bellissimo tram senza fili, il contatto è per terra. Stiamo attenti a non prendere la scossaaaaaaa!!!

Il giorno successivo ripartiamo verso Châlons. Champagne puro ora, inteso come regione! I vitigni, i paesini sulle colline… e noi ancora non abbiamo bevuto nemmeno un bicchiere. Siamo Spartani, non Ateniesi.

La tappa è molto dura, resa difficile dal vento contrario. Fortunatamente ci consoliamo con delle fragoline di bosco raccolte direttamente sulla riva, restando a bordo di Clodia. Sudore e fragole!!

Alle 18:30 le chiuse… chiudono. Noi ci troviamo in un bellissimo bacino di manovra con belle barche e due donne che ci salutano. Invertiamo la rotta e le avviciniamo per salutarle.

Passeremo, in breve, una delle più belle serate del nostro ricco viaggio. Siamo a Port de Vaudemanges, dove vive un piccolissima comunità di “liveaboard” che in un ambiente perfetto hanno scelto di restaurare vecchie barche e uscire dalla convenzione di una casa. Sembrano più felici.

 

Isabelle, giudice, ci accoglie e ed in breve mettiamo su una cena collettiva con amici che piano piano arrivano e si aggiungono.

Uno di loro, Maddy Lecyn, ha restaurato una paniche appartenente a Serge e Isabelle, ed ha realizzato uno studio di registrazione, luogo di incontri con il quale sta per intraprendere un viaggio in Europa per portare artisti, musica e bellezza. Il suo sito è www.nadboat.com.

Chapeau!! Vai Maddy.

A bordo James prepara alcuni gamberi in maniera sublime e Paolo, a bordo di Serena, improvvisa una spaghettata (si era portato da casa la materia prima, da buon Italiano all’estero) per 10 persone. In una barca di 5.74 mt vi assicuro che non è facile.

La cena è ricca e dolce, la musica bellissima, e la natura fa il resto. Io crollo e mi congedo abbastanza presto dagli altri per ritirarmi in tenda, dove dormo 11 ore filate.

Al mattino sembra di conoscere vecchi amici e ripartire è un po’ triste. Vi sembrerà strano ma a noi sembra di andare troppo veloci. Tutto quello che vediamo, che proviamo, tutti i personaggi interessanti e curiosi, meriterebbero molto più tempo.

Ma, è così, e mi ricordo le parole del mio maestro Bernard Moitessier (grande, insuperato maestro di navigazione e di vita, uomo libero e saggio): “non lasciare che la mano del tuo amico si scaldi nella tua”.

È ora di andare, di provare, di vivere il viaggio. E di lasciare Clodia scivolare sulle acque verso Istanbul.

Facciamo 26 km al mattino con vento a favore e otto chiuse in 8 km, mentre al pomeriggio 18 km e due chiuse con vento contrario.

A Châlons-en-Champagne troviamo l’ennesima chiusa sbarrata e dormiamo in un canale secondario vicino a una bella barca olandese in restauro. Da Châlons, seduto sotto una lapide che ricorda come qui risiedette per un breve periodo Giovanna d’Arco, vi saluto.

A bientôt! Nel frattempo ecco il video di fine sulla Compagnie Isis.

 

I fuori orario da Jasmine Lane

L’Avventura di Francesco

Francesco Cappelletti, il primo ospite di “Man on the River”, ci ha inviato le sue impressioni sull’esperienza vissuta:

“Essere ospitato da Giacomo a bordo di Clodia è stato per me un onore e un grande piacere.

Da amante della vela e di tutto ciò che concerne il vivere sull’acqua ho goduto delle intere giornate passate ai banchi a spingere Clodia o a settarne le vele con precisione. Ma quello che ho davvero apprezzato di questa esperienza è il valore umano con cui sono entrato in contatto. Giacomo, Bruno e Josephine sono persone fantastiche. Sono amichevoli, coinvolgenti, affiatate.

Amo questo Progetto. Considero le idee alla base di esso universalmente valide ed auguro a Clodia un glorioso arrivo al Corno d’Oro. Buon vento all’equipaggio!”

Grazie Francesco e a presto!

 

Il nostro viaggio continua a ritmi velocemente lenti. La media che riusciamo a tenere è sui 30 km al giorno.

Ci eravamo lasciati a Cambrai, sul Canal De Saint Quentin: città bella e ricca di storia. Curiosamente qui nel 1508 fu formata, su iniziativa di Papa Giulio II, una lega tra le maggiori potenze del tempo contro Venezia, la mia città adottiva.

Troppi galli nel pollaio e la cosa si sciolse come neve al sole con ribaltoni degni di casa nostra.

Mentre i nostri compagni si rimettono in viaggio, Fine ed io ci fermiamo per aggiornare il sito, cosa veramente difficile ora data la scarsità di villaggi. Siamo d’accordo con Bruno, Francesco e Sandro che la sera li raggiungeremo appena prima del tunnel di Riqueval.

Un gentilissimo amico conosciuto la sera prima nel bel porto di Cambrai, quello dove Capitan Jean Luc ci aveva regalato l’ormeggio, ci accompagna in macchina dopo aver finito il suo lavoro in una pizzeria, ovviamente Italiana…

Si chiama Julien Debut e a lui vanno i nostri ringraziamenti più sentiti.

In questi giorni percorriamo ben due tunnel tra i quali appunto quello il Suterrain de Riqueval, lungo 5.671 metri, che ci lascia senza fiato. Un rimorchiatore elettrico a catena (con i cavi sospesi come il tram) detto “Toeur” traina un convoglio di sei barche, noi per ultimi. Questo è uno dei due tunnel fluviali francesi che utilizzano questo sistema: l’altro è quello di Mauvages sul canale che porta dalla Marna al Reno.

Roccia, mattoni, un lavoro immane per superare una collinetta. Napoleone nel 1801 lo volle costruire e nei dieci anni successivi migliaia di disperati lo scavarono quasi a mano. Si vedono ancora i colpi di scalpello e piccone. In questo video potete ripercorrere con noi il tunnel.

Dentro è freddo, il tragitto dura circa due ore: Bruno ed io su Clodia ci buttiamo sotto una vela e dormiamo quasi fino all’uscita.

La sera arriviamo a Saint Quentin, dominata dall’imponente e altera cattedrale: bella città. Nel piccolo e bel Marina, a differenza di quanto accaduto in Inghilterra e a Cambrai, un capitano poco generoso non ci aiuta per niente, ma così va il mondo.

Il giorno dopo Francesco e Sandro ci lasciano per fare ritorno a casa dopo la loro avventura a bordo.

Francesco si dirige verso Plymouth, in Inghilterra, dove attualmente vive, mentre Sandro è pronto a percorrere nuovamente i campi e le calli della nostra amata Venezia.

Sono stati compagni meravigliosi e non è facile esserlo data la spartana vita che conduciamo. Così rimaniamo a remare in due, come da copione.

Procediamo per circa 35 km in 10 ore, fino a Fargniers, dandoci il cambio ogni due ore, con un vento contrario ma debole. Entriamo nel Canal de la Sambre à l’Oise. Dormiamo lungo le sponde, prima della chiusa, e troviamo anche qui nuovi amici: due simpatici Olandesi, che non parlano inglese ma vedendoci provati ci offrono dell’ottima birra.
Il giorno dopo il vento aumenta e riusciamo a percorrere solo 22 km.

Soffriamo, trainiamo la barca dalla sponda con una cima, ma finalmente imbocchiamo il canale dall’Oise all’Aisne. I canali francesi sono veramente tanti! Se volete farvene un’idea qui trovate la lista completa.

Il vento cala perché ora è di traverso e quindi ci arriva molto indebolito grazie alla provvidenziale schermatura gentilmente offerta dagli alberi.

Attraversiamo il primo ponte sospeso sul fiume, o meglio il primo “canale sospeso”: navighiamo a 15 metri sopra l’Ailette! Poi via fino a Guny dove dormiamo in una bella area dedicata ai naviganti con scivolo di alaggio, bitte, etc. Un esempio da seguire. La notte è fredda e ventosa, con poca pioggia. Al mattino visitiamo la boulangerie del paese per un croissant e una baguette, dobbiamo far onore alle tradizioni locali…

Una bella cattedrale sperduta nel nulla, il municipio una scuola con ingressi rigorosamente separati tra maschi e femmine e tanto silenzio. Bellissimo!

Giacomo in front of the Church of St.Quentin

Mi piace questo paesaggio di semplicità, natura selvaggia, colline, rade radure e poco rovinato dall’uomo.

Riprendiamo il viaggio con molto vento che passa sopra di noi, ma i nostri amici alberi ci forniscono una grande protezione. Silenzio. Alberi, uccelli e acqua. E Clodia che scivola.

Sono nulle le nostre possibilità di procurarci il cibo da contadini dato che semplicemente non ne troviamo. La foresta è pressoché ininterrotta e quando arriviamo la sera ci fermiamo per dormire.

Da Guny a remi (pochissima vela) e un’infinità di chiuse (siamo a più di 50 già superate) percorriamo circa 21 km per arrivare a Pargny-Filain, trovando anche qui una bella area di ormeggio con elettricità ed acqua. La sera, cercando un bar, vedo una scritta buffa: “Compagnie Isis”. Il mio istinto mi porta là, dove ci sono i “matti”, quelli belli, utili.

Ed infatti vediamo due tende da circo e scopriamo che alcuni ragazzi hanno fondato da 15 anni una compagnia di arte circense.

C’è anche una compagnia cambogiana che sta per partire. La sera ci invitano a mangiare con loro crepes saporite nella loro casa dai vecchi muri, appartenuta ad un nonno filantropo e ad una madre attrice.
I due giovani figli e i loro amanti e mariti, insieme ad alcuni amici svedesi, hanno dato vita a questo piccolo grande sogno.

 

Stiamo bene e parliamo di futuro davanti ad un grande camino acceso (qui di sera fa ancora freddo) e bella musica. Stasera andiamo con loro ad uno spettacolo e presto vi racconteremo di più.

Siamo a 58 km da Reims, capitale dello Champagne. La fatica si sente ora, ma siamo molto carichi.

Un abbraccio. Giacomo