
Cari amici vicini e lontani eccomi qua. Sono a Esztergom in Ungheria, Strigonium per gli antichi romani. Non so se ne è rimasto qui qualcuno, ma mi sembra sempre di sentire parlare Italiano intorno a me e dico: “Ma dove sono tutti ‘sti italiani in Ungheria, che ci fanno?”

Poi mi avvicino e non capisco nulla. Strano vero? Una delle lingue più difficili del pianeta sembra Italiano, se ascoltata distrattamente. L’Ungherese, appartenente al ceppo linguistico Ugro-finnico, assomiglia (un po’) al Lombardo.
D’altronde Attila da queste parti è arrivato e, se vogliamo, se non fosse stato per Attila l’Unno io non sarei probabilmente qui. Perché? Ma perché Venezia senza Attila non ci sarebbe mai stata, quelle terre emerse e poco salubri sarebbero rimaste alle folaghe, ai tuffetti, alle zanzare e a quei pochi pescatori che se le godevano.

Un bellissimo libro scritto nella seconda metà del 500 da Francesco Tatti (che si faceva già chiamare Francesco Sansovino, dal nome d’arte del padre Jacopo Tatti detto “il Sansovino”, esimio architetto ed umanista fiorentino trapiantato a Venezia) che si intitolava “De Barbari, onde ebbe origine l’inclita città di Venezia” racconta proprio come la leggendaria nascita di Venezia il 23 marzo 421 sia proprio la conseguenza di una serie di invasioni che Attila iniziò nel 352, demolendo e spaventando piano piano le colonie romane della costa Veneta.
Mi manca Venezia? Tutt’altro, sto benissimo qui e, forse, “oi barbaroi” ora stanno tutti in laguna, e parlano Veneto. Qui mi sembra di sentire una civiltà profonda, e radicata, di gente con grande dignità e molto bella, soprattutto gli anziani. La città pure è molto bella, cattedrale a parte, un po’ ingombrante e fallica direi. E di Attila (Senior e Junior) ne ho già incontrati due, che mi accolgono con un sorriso nel canale che era il vecchio Danubio dove c’è un bell’ormeggio proprio sotto la fortezza e la città vecchia.
Il Danubio qui è fiume vero, di nuovo. E vi racconterò il perché.